Trovare il coraggio di creare il “momento perfetto”.

Intervista alla scrittrice Samantha Bianchini Locatelli

Ci sono letture che sono una vera e propria “coccola per l’anima” perché sono portatrici di messaggi positivi che infondono speranza e una dose di ottimismo per affrontare al meglio il proprio percorso di vita ed evoluzione.

Sin dalle prime pagine che ho letto di “Non metterci troppo” di Samantha Bianchini Locatelli, Narrazioni Clandestine, non ho potuto fare a meno di appassionarmi alle vicende della sua protagonista, Alice, che intraprende un viaggio in solitaria che contribuirà a farle acquisire consapevolezze inedite sulla sua esistenza e i suoi desideri più veri.

È questo un libro illuminante e che ispira tanto con tutto un corollario di personaggi che rimarranno impressi nella memoria del lettore. Una lettura consigliata a chi crede nelle seconde possibilità che la vita ci concede e che spetta a noi cogliere per assecondare il proprio sé autentico lontano dalle maschere che si indossano quotidianamente, le aspettative e i giudizi altrui.

Su tematiche che ci riguardano tutti come esseri umani come il viaggio, il cambiamento e il coraggio di perseguire i propri sogni, abbiamo conversato piacevolmente con Samantha Bianchini Locatelli in questa ispiratoria intervista che mi ha rilasciato con tanta gentilezza ed empatia.

Samantha partiamo dall’origine, come è nata l’ispirazione per scrivere Non metterci troppo?

Intanto grazie per l’opportunità di parlare di questa storia a cui tengo molto, felice di farlo con te. In realtà all’inizio avevo solo un incipit. Su un volo per Parigi, al momento del decollo è nata la prima pagina di questo romanzo, appuntata sulle note del cellulare. Lì è rimasta qualche tempo fino a quando, un giorno, costretta a casa dal lavoro per una febbre, ho sentito di dover riprendere quelle parole ed una volta riportate al pc è nata una sorta di magia. Se ripenso a quei momenti mi rivedo, da sola seduta a sorridere ad uno schermo dove, una pagina bianca si è riempita in men che non si dica. Mi sono immaginata io, sola su un aereo per una destinazione mai visitata prima e verso il mare (che adoro).

È stato come se la stanza si fosse poi popolata ed i personaggi della mia storia si sono palesati a me. Il resto è venuto in maniera spontanea e naturale. Questo ovviamente per una prima bozza, che poi ho rivisto. Una sorta di incantesimo sul serio, a ripensarci ancora mi emoziono, proprio come mentre le dita scorrevano veloci sulla tastiera.

Alice, la protagonista del tuo romanzo intraprende un viaggio che contribuirà a farla evolvere. Per te il viaggio che ruolo ha nell’esistenza?

Ti ringrazio molto per questa domanda, è davvero bellissima e mi dà modo di svelare un piccolo segreto.
Fino a qualche anno fa, più o meno cinque, non viaggiavo molto. Da quando ho accanto il mio compagno, un vero e proprio viaggiatore, ho iniziato a farlo anch’io e oggi non potrei più farne a meno. Da ogni meta torno arricchita e con nuovi occhi.br/em>In realtà, però, credo di aver sempre viaggiato dentro di me. Un po’ come Alice nel romanzo, anche io ho attraversato un viaggio interiore alla ricerca di serenità ed equilibrio. Durante un periodo particolarmente difficile ho intrapreso un percorso di crescita personale che mi ha portato anche a trovare il coraggio di mostrarmi sui social per trasmettere un messaggio positivo: la rinascita è sempre possibile, così come riprendere in mano i sogni nel cassetto e riuscire a realizzarli.
Per questo, per me il viaggio – fisico o emotivo – ha un ruolo fondamentale nell’esistenza.

Emblematici in questo viaggio a Tenerife saranno gli incontri che farà Alice. Quanto certi incontri ci aiutano a diventare quello che siamo davvero?

Sono una persona che crede molto nel: ‘nulla avviene a caso’. Anche questa intervista e le tue domande vanno in questa direzione. Stai cogliendo gli aspetti più profondi di Alice e di Samantha. Gli incontri che facciamo sono quelli di cui abbiamo bisogno per diventare ciò che siamo, a mio avviso. Anche e soprattutto quelli che ci costringono a fare i conti con i sentimenti negativi che, inevitabilmente, ad un certo punto fanno capolino. Questi ultimi sono quelli che ci fanno crescere maggiormente, ci costringono a guardarci dentro per mettere a posto ciò che ancora non abbiamo risolto.

Una delle tematiche che emerge dal tuo romanzo è il coraggio di perseguire i propri sogni al di là del giudizio e delle aspettative altrui. Quanto pesano quest’ultime?

Nella mia vita le aspettative degli altri sono state, senza dubbio, una delle cose che mi ha condizionata di più. Prima quelle di mia madre – la figura paterna l’ho persa molto presto – una persona molto concreta e poco sognatrice, molto diversa da me. Poi quelle di mio marito e, più in generale, di chi mi stava accanto.

Mi sono liberata da questo peso quando ho iniziato davvero a volermi bene per come sono: una sognatrice, con le mie fragilità, le mie debolezze e i miei punti di forza. Da quel momento ho trovato il coraggio di dire al mondo: io sono questo. Continuerò sempre a migliorarmi, ma senza smettere di accettarmi.

Ricordo ancora il giorno in cui ho trovato la forza di dirlo a mia madre. Ricordo i suoi occhi. A differenza di quello che temevo, ne è stata felice e il nostro rapporto è cresciuto moltissimo. In quel momento ho capito che spesso le aspettative che ci imprigionano sono anche quelle che immaginiamo noi. Oggi l’unica cosa che conta davvero per me è essere all’altezza delle mie aspettative.

Nel tuo libro scrivi: “Qualche volta è proprio dai momenti di maggiore caos che si porta alla luce il vero Se: cosa ne pensi al riguardo?

È una frase alla quale tengo molto. Negli anni mi sono resa conto, sia nella mia esperienza personale sia parlando con amiche e amici, che attraversare momenti bui – momenti di caos – genera spesso sensi di colpa. Ci si sente smarriti e si diventa così severi con se stessi da finire intrappolati nei propri pensieri negativi.

Io credo invece che proprio quei momenti siano i più importanti, perché sono quelli in cui tutto viene rimesso in discussione. Ed è proprio da lì che può nascere il cambiamento.

Perché secondo te fa tanta paura uscire dalla propria comfort zone come accade ad Alice e tutti quelli che si rispecchieranno in lei?

Perché ciò che si ripete sempre allo stesso modo diventa rassicurante. Le abitudini sono un luogo sicuro: sappiamo muoverci lì dentro, non dobbiamo metterci alla prova né affrontare l’incertezza.

Ma arriva un momento in cui qualcosa dentro di noi comincia a parlare. È come sentirsi improvvisamente in una stanza diventata troppo piccola, proprio come accade ad Alice. Ed è in quel momento che nasce la scelta più difficile: trovare il coraggio di aprire la porta e uscire.

C’è un personaggio di Non metterci troppo al quale sei particolarmente legata e perché?

In realtà mi sento legata a tutti i personaggi perché mi sono affezionata molto a loro. Li ho visti prendere vita e prendere direzioni nuove durante tutte le fasi di scrittura e riscrittura, quasi come se vivessero di vita propria.

Alcuni però mi sono particolarmente cari perché sono ispirati a figure importanti della mia vita. Anna, ad esempio, è quell’amica che crede in te prima ancora di te stessa. Stefano è un personaggio che ho scritto pensando a Stefano, il mio nipotino.

Per Chiara invece mi sono ispirata alla mia mamma: non tanto per il ruolo nel romanzo, quanto per quell’amore che continua ad esistere anche oltre la morte terrena, per quelle persone che continuano ad esserci anche quando non ci sono più. Mi fermo qui, ma credo che potrei trovare un motivo speciale per ognuno degli altri protagonisti.

A chi consigli la lettura di Non metterci troppo?

In realtà penso che Non metterci troppo sia un libro per tutti. La scrittura è semplice e immediata, non complessa, e questo lo rende accessibile anche a ragazze e ragazzi.

Con i suoi messaggi positivi e con i temi dell’amore, dell’amicizia e delle seconde possibilità, credo possa parlare a chiunque si sia trovato almeno una volta nella vita a rimandare qualcosa che sentiva importante. In fondo il messaggio del romanzo è proprio questo: non aspettare il momento perfetto per vivere ciò che sentiamo dentro, ma trovare il coraggio di crearlo.

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